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PER UN VIAGGIO PROMETEICO NELL’ARTE DI PAOLA CREMA

Téchne d’anánkes asthenestéra makrô(1)

Come in un film di genere di qualche decennio fa, visualizziamo l’inizio del più grande viaggio dell’uomo, “Il Viaggio” con le maiuscole, quello assoluto dell’umanità, tramite un’istantanea filmica ben precisa: Esterno/Giorno. Luce meridiana. Montagne del Caucaso.
Un’aquila trincia il fegato ad un uomo immobilizzato alle rocce. Non si percepisce sofferenza né dolore. Unico suono ripetuto nell’aria il riprodursi eternale dell’organo umano squassato dal becco del volatile. L’uomo è Prometeo e la condanna divina è nella sua colpa terrena: avere donato il fuoco agli uomini e quindi insegnato loro la tecnica rendendoli liberi dagli dei, trasformandoli così da “infanti quali erano, razionali e padroni della loro mente”.(2)
Da qui il nostro viaggio, il più grande viaggio di tutti i tempi, “Il Viaggio” che nel tempo dell’uomo ha portato a superare la “necessità” individuata da Eschilo proprio tramite gli strumenti della scienza e della tecnica, arte compresa, nati dal dono di quel primario fuoco divino.
Salpando da Prometeo, la metafora marinara è d’obbligo, e dal suo gesto d’intima generosità, per l’umanità ha anche inizio la trasmutazione totale di tutto ciò che andrà a seguire, tramite appunto la tecnica, arte compresa. Ma chi si attarda su questa non fa altro che rallentare “Il Viaggio” e non abitare più la storia, la quale non va confusa con il tempo ciclico, ripetibile, per intenderci quello della natura, ma va assimilata con il “tempo che invecchia” (3) teorizzato da Eschilo per il tramite della colpa di Prometeo, e che invecchiando appunto evidenzia la condizione “mortale” - brótos - a cui gli uomini sono irrimediabilmente consegnati e da cui Prometeo, con il dono del fuoco, aveva cercato di preservarli.
In questo modo l’uomo, imprigionato in un tempo ripetibile che ha violato e non riconosce più, non ha potuto fare altro, nei milioni di evi vissuti, che spingere sulla temporalità inaugurata da Prometeo per rivolgersi rigorosamente al futuro, al “tempo che invecchia” di Eschilo, non più però normalizzato dalla figura retorica del “ritorno” ma da quella del “proseguire” - del progresso - per anticipare il futuro grazie all’utilizzo della tecnica, arte compresa. Cosicché il fine finisce per diventare la fine che non va confusa però con la morte, eterodossia del tempo ciclico, ma con il raggiungimento della méta per il tramite della tecnica, arte compresa, che spinge, lo ripetiamo, sempre ed esasperatamente verso il futuro.
“Il Viaggio” prometeico dell’umanità non si gratifica nel raggiungimento della méta, perciò nella fine, ma in quello che i Greci consideravano essere un procedimento fondamentale nello sviluppo dell’umanità e che identificavano nella parola - skopós -“colui che osserva e sorveglia”, ma anche “l’oggetto su cui si fissano gli occhi”. Quindi l’osservatore e l’osservato. Connesso a skopós vi è pure il verbo skopéo, prevedere, pensare - methéos - in anticipo - pro.
Anticipare guardando al futuro, che non vuol dire però dimenticare il passato ma superarlo per la ricerca di qualcosa di nuovo, giocando appunto d’anticipo, come ci ha insegnato Prometeo. E l’anticipo, posta così la questione, può anche nascere dal posticipo, dal passato con funzionalità futura, come nel caso del viaggio artistico di Paola Crema.
Stiamo parlando, con certezza, di un’artista dalla concettualità prometeica, nel dato da noi riletto in funzione critica, che gioca d’anticipo appunto, seppur restando indissolubilmente legata al passato, al quale guarda senza deformazione e né retorica.
Al di fuori delle categorie estetiche degli anni Ottanta del XX secolo - anacronismo, neomanierismo, citazionismo, arte colta, ecc. - Paola Crema sembra, infatti, riuscire con le sue opere a travalicare il senso stesso delle definizioni critiche, grazie ad un percorso di estrema coerenza iconografica e mentale, molto immaginifica, immaginativa o meglio “immaginaria”, così come bene è denominata la sua recente mostra inserita nell’ultima Biennale di Architettura di Venezia. (4)
Nelle sue opere si percepisce, infatti, l’afflato del passato ma anche la ricerca tecnica -prometeica - verso lo skopós che diviene appunto il fine, ma non la fine della ricerca stessa che, alla fine, non sarà mai rivolta verso se stessa.
Pensiamo ad esempio come la sua ricerca iconografica all’antica - non antica, ma, anzi, determinatamente contemporanea - passi dall’arte orafa, alla scultura e, da ultimo, alla fotografia, mediante la percorrenza di un itinerario - “Il Viaggio”? - sempre in linea con quella antiquarialità (5) che, in fondo, ha sempre contraddistinto le sue opere, fino appunto a partire dalle sue originali sculture/gioielli, (6) realizzate, grazie a Prometeo, con la tecnica dell’elettroformatura, ovvero per via elettrolitica.
In queste opere la preziosità e la virtuosità del materiale impiegato finiscono per essere contaminate dall’utilizzo di materiale “altro” (corallo, cristallo di rocca, perle, pietre, ecc.), (7) tale da creare sovrapposizioni e ingerenze materiche che lambiscono il tecnicismo costruttivo della scultura, alla quale poi conseguentemente Paola Crema approderà, quasi senza soluzione di continuità. Ci stiamo riferendo in particolare alla serie dei gioielli dedicati al tema iconografico della Naiade (in argento e conchiglia nautilus, in argento e conchiglia truncata, ecc.) che sembra riflettersi nel rigorismo scultoreo di Akeloo (2002), Kush (2009), ma ancor di più in Dione (2009).
In questa ultima scultura, soprattutto, il senso del passato è ribaltato in una enfatizzazione fisionomica che troviamo, in seguito, anche nella serie fotografica denominata Scavi, e non poteva essere altrimenti. Si veda appunto, nel continuo confronto iconografico delineato, la fotografia Heoll (2009), così come altre foto della serie da noi scoperte, con ammirata sorpresa, nella mostra Frammenti di Atlantide allestita nella Casina delle Civette di Roma (2010).
Una mostra-concept, come in parte lo sono tutte quelle della Crema, sostanziata anche dal rapporto fra “passato eclettico”, quello architettonico della Casina, e “passato emotivo” delle opere antiquariali selezionate dall’artista, in modo da cambiare radicalmente il rapporto dello spazio con il tempo, tanto che, come direbbe Proust,“l’art en est aussi modifié”.(8)
Aggiungiamo ancora, nel fascino del confronto critico ed artistico fra anticipo e posticipo, il ricorrere del volto e del corpo di Antinoo, altro personaggio legato al viaggio, perseguito da Paola Crema fino ad oggi, con quella scultura inedita dal titolo Grande Antinoo (2010), realizzata appositamente per la presente mostra, e ispirata al culto misterico del riemergere sacro della testa dell’amasius adrianeo dal Nilo.
In questo caso il rapporto con un mito “reale” non è meno immaginativo dei miti, per così dire, “inventati” o per meglio dire “immaginati” e il mito di Antinoo torna a rivivere nella sua grandiosità volumetrica ma anche nel gioco formale continuo fra storia passata e cronaca presente.
Raffinata del resto è la rappresentazione di Paola Crema e curato il lavoro sulle forme, a partire dalla ricreazione dell’occhio ormai spento del Grande Antinoo, con la pelle del volto frammentata e corrosa, a tratti ricoperta da foglie acquatiche che finiscono per diventarne anche il sostegno e la sostanza di un volto che naviga dal passato, la metafora marina è ancora inevitabile, per rivivere nel presente dell’arte di Paola Crema e spingersi nell’azione futura.
Ma questo è solo l’ultimo esemplare, lo ripetiamo, di un percorso materico e concettuale che Paola Crema realizza sul tema dell’Antinoo - si vedano anche le precedenti sculture Gordioo e Salmakoo - dove si sostanzia il concetto di ripetizione. In questo caso da leggere non come concetto nicciano dell’“eterno ritorno” e neanche come variante del “tempo infinito” della fisica quantistica, ma come costante replica della ciclicità naturale.
Ma in particolare per Paola Crema il ritorno di alcune immagini archetipali, e i suoi Antinoo lo sono in pieno, che traslocano dall’arte orafa alla fotografia passando per la scultura, sembrano proprio fare parte della figura retorica prometeica del “proseguire”, del progresso e quindi, in senso lato, del viaggio.
L’artista quindi, con le sue opere, anticipa il futuro, guardando all’antico re-inventato, re-immaginato però nella sostanza, in modo da superare un’arte derivata dalla chiave di lettura junghiana dell’archetipo, dal pensiero filosofico e psicoanalitico.
Stiamo pensando in particolare agli sviluppi dell’arte concettuale degli anni Novanta, colta nel momento in cui si andava rafforzando proprio l’idea della figura - leggi ruolo - dell’artista capace di esprimere con l’arte e la teoria ad essa relativa. Un concetto globale dell’arte stessa, che congiunga e giustifichi la specifica operatività dell’uomo-artista all’interno di un contesto culturale e ideologico definito.
L’artista riesce così a fare rivivere, in maniera appropriata, proprio il senso dello spazio dell’arte, quello vero e culturalmente pregnante, imponendosi come storicamente anticipatrice, pur rimanendo legata al passato.
Ed è proprio all’interno e dall’interno di questa contestualizzazione che si muove Paola Crema e la sua originale/originaria produzione artistica che, a prima vista, potrebbe sembrare eclettica ma che, ad un’analisi più approfondita, permette di constatare un percorso di coerenza, come già accennato, ed onestà culturale sempre più rari fra gli artisti del XX e XXI secolo.
Claudio Crescentini

Note:
1. Eschilo, Prometeo incatenato, v. 514:“La tecnica è di gran lunga più debole
della necessità”.
2. Ibidem, vv. 443-444.
3. Ibid., v. 981:“ho gheráskon chrónos”.
4. Imaginary Archeology (2010), ma ricordiamo anche Ambient, arte e
architettura, a cura di Laura Villani, collettiva inserita nella medesima
Biennale.
5. Per quanto riguarda questa tematica rimandiamo a quanto già scritti nel
saggio inserito in: Il Tempo e il Mito:Astronomia / L’Uomo e l’Universo
1609-2009, cat, mostra, Roma 2009.
6. G. Serafini a c. di,Paola Crema.Petites Éternités, cat. mostra, Firenze 2009.
7. O. Casazza a c. di, Paola Crema. Memorie preziose, cat. mostra, Firenze 2007.
8. M. Proust, À la recherche du temps perdu - La Prisonnière,
Paris 1978, p. 996.
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