petites éternités

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Sfatiamo subito un luogo comune duro a morire. Che qualsiasi artista, solo per poter realizzare un’opera di dimensioni ridotte e con materiali preziosi - provvista di fermagli, spille e clips, destinata insomma all’ornamento femminile (e non solo) - qualsiasi artista, dicevo, sia in grado di creare un gioiello. Niente di tutto questo. Il nostro artista avrà eseguito la miniaturizzazione di un proprio lavoro, e basta. Resterà pittore o scultore che si è esercitato su un genere affascinante e a lui pressoché sconosciuto. Avrà piuttosto eseguito, divagando, un surplace sul proprio specifico espressivo, linguistico e poetico (si pensi ai “gioielli”di Ernst, Tanguy, Arp, Calder, Burri, Fontana, Arman, Dalì, Melotti, Mirò, Ray, solo per citare qualcuno). Che poi tale opera possa essere indossata ed esibita come un gioiello, è un altro discorso. E un altro ancora che la stessa venga esposta nei musei d’arte contemporanea. Voglio dire che non è il materiale prezioso a fare il gioiello. E’ invece necessario che “preziosa”, intrinsecamente, “funzionalmente” preziosa, sia l’idea che gli sta dietro. Un’idea che quasi sempre con l’arte ha poco a che vedere: e qui non voglio certo entrare nella diatriba tra arti minori e maggiori, che è chiaramente un falso problema e sposterebbe il nostro discorso su una diversa area, fino a risucchiarvi dentro quei ghetti eccessivi che chiamiamo moda e design. Il gioiello tout court appartiene insomma a una sorta di “sesso sconosciuto” della creatività d’arte. Come dire che quello cosidetto “d’artista” è solo una convenzione definitoria, abbastanza ambigua e irrisolta, un’usurpazione verificatasi all’interno di consuetudini estetiche storiche, un bluff esegetico sulla cui natura non si è riflettuto abbastanza. Naturalmente questo non esclude che un artista, abbandonando la sacrosanta necessità di lasciare la
propria impronta nell’opera preziosa, possa realizzare dei gioielli: riesca cioè a “pensare” prezioso, a creare un “vero” gioiello, Ma per farlo, dovrà appunto aver spostato il suo sestante creativo in un’ altra direzione, tenendo conto che il gusto, suprema categoria dello spirito - ma, anche in questo caso non necessariamente riconducibile alle ragioni ultime dell’arte - agisce nella sfera di quel tanto di appetibile e di edonistico che orbita intorno all’estetico.
Parafrasando Hugo von Hofmannsthal che esorta a “nascondere la profondità sulla superficie” (1) si capirà che il prezioso è una questione di epidermide, in senso letterale e metaforico: e qui la valenza simbolica, apotropaica e magica che gli appartiene da sempre - e che è comune a tutte le civiltà dell’uomo - torna a imporsi e a rendere giustizia di troppi malintesi concettuali. Se l’arte è cosa sacra, profano sarà il gioiello. Un diamante è per sempre, questo si sa; e un gioiello non vorrà essere da meno. L’incorruttibilità dei materiali di cui è composto lo sancisce e lo esige, prefigurandogli un’ipotesi di permanenza, di eternità. Ma anche l’arte, anzi, soprattutto l’arte, è per sempre, malgrado gli annunci catastrofali di Duchamp (non è stato da meno Fontana, prevedendo che la durata vitale dell’opera d’arte coinciderebbe con quella di due generazioni umane). E allora? C’è eternità ed eternità? Esiste un “sempre” figlio di un dio minore? L’eternità è dunque un’opinione, e non un immutabile dogma della coscienza di tutti? Forse sì, e in questa direzione speculativa le tecnoscienze
informatiche, almeno in chiave analogica, possono venirci in aiuto, là dove relativismo e numerizzazione finiscono per dare alla realtà virtuale e all’intelligenza artificiale un crisma di spiritualità, di metafisica gestibile. Se l’infinitesimale può essere deciso dalla pratica digitale, allora anche la nozione di tempo potrà rivelarsi secondo una propria gerarchia. Di qui potremmo ipotizzare porzioni, frammenti, dosi di infinito, piccole eternità, appunto. Da orafa a scultrice, Paola Crema ha saputo circoscrivere mirabilmente questi suoi due territori d’azione, tanto che le loro possibili interferenze non snaturassero il tipo di “eternità” a cui erano differentemente destinati. In altre parole l’orafa degli esordi, diventata scultrice, non ha finito per realizzare gioielli ingranditi. Né avrebbe potuto. Questo perché al primo amore – che peraltro, come testimonia questo libro, l’artista continua ad alimentare insieme ai bronzi monumentali – ha affidato un ruolo preciso, ruolo in cui è possibile individuare anche il suo identikit, l’inconfondibile marchio. Il gioiello, ieri come oggi, è per lei – e per noi - oggetto dalla narcisistica gratificazione, amuleto dal valore perenne che si coniuga e congiunge al corpo perituro, quasi a investirlo della sua propria durevolezza, a confortarlo di un destino mortale. “Corpo, che ci guarisci d’avere un anima”, scrive Marguerite Yourcenar (2), e Paola Crema si appropria di questo attestato di paganesimo integrale per confrontarlo all’inalterabile splendore delle sue piccole eternità. Chi le indossa esegue un esorcismo mondano, certamente, e altrettanto futile. Ma
necessario a quella sopravvivenza sottile che rimanda al bisogno di feticismo e di superstizione saggiamente custodito dalla nostra memoria collettiva. La simbologia del gioiello è autoreferente, non permette rinvii, esaurendosi tutta nel contatto fisico della pelle con la pietra e il metallo prezioso, nella voluttà inesauribile che quel toccamento può provocare ogni volta lo si voglia.
“Il più profondo è la pelle”, ha scritto Paul Valéry (3), a garanzia del livello in cui l’emozione e il piacere indiscutibilmente agiscono. Il gioiello è sempre lì, pronto a inebriare chi lo indosserà. A illuminarlo della sua luce. A renderlo felice, qui ed ora. Oggetto di desiderio e d’amore appagato, trionfa della sua propria unicità, di quel potere seduttivo che lo rende incomparabile e, appunto, prezioso. Preziosamente superfluo. Paola Crema traccia un confine invalicabile intorno al suo hortus conclusus abitato dal bagliore lunare della perla, dalla carnale rubedo del corallo, dall’enigmatica opalescenza della giada. Intorno a esso c’è il vuoto, il nulla, non può esserci altro. Ma dentro, di quel vuoto l’artista ha orrore, e lo fa vibrare di
esistenza, lo fa scorrere in argentei liquami che inseminano e fecondano misteriose entità organiche, fino a generare ibridi ectoplasmi che partecipano indifferentemente dell’ordine vegetale e animale. E’ un flusso che germina, si riproduce e si corrompe in un inesausto viluppo biomorfico, in sedimi prodigiosi, in grumi e cascate di resine lucenti, di cellule prismatiche e schegge cristalline che incastonano asfittiche teste di chimere, meduse, sirene, sfingi, cariatidi, per una sorta di sindrome di
Erodiade, crudelissima regina (4). Un vasto repertorio cefalomorfo anonimamente mitico, banalmente meraviglioso, che si mimetizza fino all’annientamento e alla scomparsa totale in quella selva pullulante di vita in progress. Manieristico, barocco o simbolista? Se non è qui sede per avanzare un’ipotesi esegetica, l’universo di Paola Crema orafa, anche in puri termini di stile, si colloca negli interstizi di queste Stimmung storiche che per secoli hanno contaminato le vie del gusto.
Nell’area dell’ambiguità più assoluta. Dell’apparente squisito. Del mutante parossistico. Purché il gioiello, ciò che è “prezioso”su ogni altra cosa, possa vendicarsi dell’arte.


1) M. Yourcenar, Alexis, ou le traité du vain combat, Feltrinelli, Milano 2002, p.24
2) H. von Hofmannsthal, Das Buch des Freunde, Adelphi, Milano 1980, p.58
3) P. Valéry, L’idée fixe, NRF, Parigi 1931, p. 36
4) G.Serafini, Paola Crema / Continente Perduto, Ed. Centro Sperimentale di Arte Contemporanea, Firenze 2006, p.IX
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